IL DISAGIO PSICOLOGICO

Il disagio psicologico: quale approccio alla cura?

La polemica che per anni ha animato le sedi di vari congressi nazionali e internazionali sulla validità della psicoterapia o degli psicofarmaci torna a farsi viva. Regna tra gli psichiatri favorevoli a prescrivere psicofarmaci e quelli che li considerano addirittura patogeni un certo caos più ideologico che scientifico. Il discorso è rivolto esclusivamente ai quadri diagnostici assimilabili ai vari tipi di nevrosi. Sono tassitavamente esclusi dal discorso in esame i casi di psicosi trattabili(a parte qualche raro punto di vista ) prevalentemente dal punto di vista farmacologico.Quel che manca spesso è un criterio di riferimento obiettivo che renda ragione profonda della natura dei sintomi e della complessa e articolata natura umana del soggetto che ne è portatore. C’è un rigoglioso fiorire di studi, ricerche e considerazioni sull’argomento- il che è sicuramente positivo per l’avanzare della scienza, per le industrie che producono farmaci, per chi li prescrive e per chi li usa  ; c’è come al solito l’inevitabile, puntuale rovescio della medaglia. Gli utenti, i professionisti spesso sono vittime di notizie contraddittorie che creano soltanto confusione promettendo il più delle volte falsi miracoli. La tendenza – a mio parere assolutamente poco terapeutica – è quella di demandare al farmaco la possibilità di poter agire contemporaneamente sul sintomo e sulla causa. Sappiamo e bene quanto è difficile riflettere o lavorare sulle cause del disagio psicologico. Osserviamo i fatti e riportiamo qualche dato statistico per riflettere: partiamo dalla depressione. Le statistiche americane più aggiornate (riportate dal Los Angeles Times di Marzo 2002) evidenziano che dal 1987 al 1998 i soggetti depressi sono aumentati da 1,7 a 6,3 milioni. Il che sembra un male. Ma da un altro punto di vista è positivo il fatto che la gente rispetto a qualche tempo è più disposta a parlare della propria sofferenza. L’ altro dato riguarda i soggetti depressi che fanno uso di psicofarmaci. Del milione e settecentomila depressi del 1987 usava i farmaci il 37%. Si sale al più consistente 75% per i sei milioni e trecentomila del 1998. Il che è un bene per i produttori di farmaci, ma anche un male per i pazienti che sentendosi parzialmente sollevati dalla sofferenza decidono di sospendere il trattamento farmacologico ripiombando nella depressione.

I depressi e gli ansiosi si rivolgono sempre meno alle psicoterapie classiche. Il che è un male per gli psicoterapeuti e un bene per gli psichiatri. Ma potrebbe essere un male per tutti se un giorno dovessimo accorgerci che le cause umane, sociali e culturali che determinano ansia e depressione dovessero prendere il sopravvento senza la possibilità di eventuali risposte terapeutiche da parte dei vecchi, nuovi o futuri psicofarmaci.

 Da psicoterapeuta che opera da anni nell’ambito della psicosomatica non posso fare altro che promuovere l’ incontro tra i due diversi punti di vista fondamentali, per creare quell’integrazione fattiva che proiettata positivamente sul soggetto che soffre, può aprire spiragli di luce e accessi nuovi a forme di pensiero più funzionali e adattive.

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